Addio a Roberto Ciaccio

Roberto Ciaccio non c’è più, ci mancherà l’Amico, l’Uomo, l’Artista.

Vogliamo ricordarlo a noi tutti, a chi lo ha conosciuto direttamente od anche attraverso la Sua Opera.

L’immagine che abbiamo è quella di Roberto nel Suo studio, con le Sue Lastre, le Sue Incisioni, le nostre Domande, le Sue Risposte, sempre garbate, intelligenti, profonde.

Si è avviato nell’Altra Dimensione che sicuramente contribuirà a rendere più Bella così come ha fatto in questa.

Ci restano le Sue Opere ed il Suo Ricordo.

Giancarlo Graziani

I lavori della Sessione Plenaria di Mercanti & Banche osserveranno un momento di pausa all’inizio in memoria di Roberto Ciaccio.

Economia dell’Arte: San Marino; alcune riflessioni

Pubblichiamo l’intervista al Prof. Graziani comparsa su Artribune.I temi, le riflessioni e le conclusioni sono veramente interessanti.

Consigliamo quindi di leggere l’articolo

San Marino rinasce con l’Arte

Di seguito un interessante articolo che evidenzia che il ruolo dell’arte è tutto fuorché quello di bene meritorio.

“San Marino punta a diventare un’eccellenza per l’esclusivo mercato delle opere d’arte”

Intervista a Giancarlo Graziani su il Giornale

Intervista a Giancarlo Graziani pubblicata su il Giornale.it  del 31/08/2013

Graziani (Ce.St.Art): “Un comparto con tante potenzialità”

“Il più recente report di Wealth X, società con sede a Singapore e base europea a Budapest, che analizza la concentrazione delle persone con fortune superiori ai 30 milioni di dollari, registra in Italia una diminuzione della ricchezza del 18,5%, uno dei dati peggiori tra i 45 Paesi presi in esame […]” continua a leggere…

Lettera aperta al Presidente del Consiglio

Illustrissimo Presidente Letta,
le condizioni del Mercato dell’Arte in Italia sono drammatiche e necessitano di un diverso modo di indirizzo per far esprimere anche a questo comparto economico le proprie potenzialità in termini di fatturato,occupazione e reddito: lo 0,9 % che viene accreditato al Paese in ambito internazionale dagli studi specialistici ritengo che sia un dato più che convincente su questa improcastinabile necessità.A maggiore evidenza Le ricordo che le Casa d’Aste italiane hanno un fatturato aggregato di 100 milioni di euro contro il Miliardo di euro della Francia che certo non è tra i centri più sviluppati come Stati Uniti in ambito globale e Regno Unito in ambito europeo:un solo dipinto aggiudicato in una seduta d’asta a New York ha mosso più denaro,si può continuare così?

Questo negativo andamento farà si che a breve non si produrrà più Arte in Italia e quindi il tanto conclamato Bel Paese avrà perso una grandissima tradizione culturale che lo rende ciò che è per un Passato Glorioso seppur non unitario.Le cause sono varie e complesse ma i rimedi si possono trovare solo in un nuovo approccio che non sia più quello tradizionalmente attribuito ad un Ministero – Pubblica Istruzione prima e Beni ed Attività Culturali poi – che ha tra i suoi obbiettivi quello della Conservazione e non certo dello Sviluppo Economico e questi vanno ricercati in una visione generale che solo chi ha la responsabilità del Governo tutto può avere ed indirizzare.

I Giovani,che guardano a questo settore con grande interesse,non trovano risposte ed emigrano ricercandole,le Università aboliscono i Corsi di laurea dedicati,i Mercanti ed i Galleristi chiudono  e quelli che possono si trasferiscono e ciò porta Occupazione,Reddito e Gettito all’Estero oltre a tutti gli altri valori che l’Arte ha in sè e di cui l’Italia può vantarsi.
Confido nella Sua sensibilità affinchè questa rovinosa tendenza sia bloccata con urgenza ed il mercato dell’Arte torni a produrre, oltrechè Opere d’Arte, Professionalità, Guadagno e Gettito.
Spero di poterLe esprimere a voce ciò che tutti insieme potremmo fare a vantaggio del Paese.In attesa La saluto con viva cordialità

Giancarlo GrazianiCoordinatore attività Cestart – Centro di Studi sull’Economia dell’Arte (www.cestart.it ) e docente di Economia dell’Arte

I giacimenti nascosti dell’arte

Articolo da Il Sole 24 Ore del 30/03/2012 di Marilena Pirrelli

Liberalizzate il mercato dell’arte

Istituto Bruno Leoni – Indice delle liberalizzazioni 2011 – Articolo da  Il Sole 24 Ore 19/11/2011

Chi garantisce l’autenticità di un’opera?

Segnaliamo ai nostri lettori un interessante articolo di Gabriele Crepaldi relativo a “I conflitti tra eredi degli artisti ed esperti per il controllo del mercato delle autentiche”, pubblicato integralmente sul blog al seguente link:

Chi garantisce l’autenticità di un’opera?

Quali forme di gestione per i musei italiani?

Con il decreto «cresci-Italia» il governo ha deciso di innovare la forma giuridica della Pinacoteca di Brera. In occasione dell’ampliamento degli spazi e del riordino della sede espositiva, ha colto l’occasione per dare un nuovo assetto al Museo, trasformandolo in una fondazione di partecipazione. Tale modello non rappresenta una novità, essendo già stato applicato in altre situazioni. La sua prima adozione risale infatti al 2004, quando la veste giuridica del Museo delle Antichità Egizie è cambiata da museo statale a fondazione pubblico-privata.
Ma quali sono le attuali carenze del sistema di regole oggi presenti in Italia e come è possibile rompere l’attuale cristallizzazione nella gestione del patrimonio? I tentativi di innovazione realizzatisi in questi anni hanno contribuito a un avanzamento nelle modalità di gestione del nostro patrimonio culturale?
Di fondo sono mancati gli elementi stessi di flessibilità che consentono il dispiegarsi di «tentativi ed errori»» e quindi l’emergere di valide forme di valorizzazione delle singole istituzioni culturali. Il nodo centrale in merito alla governance del nostro patrimonio culturale sta nel ripensamento delle modalità del rapporto tra pubblico e privati, per trovare nuove strade utili a far uscire questi ultimi da un ruolo di marginalità e portarli a essere attori protagonisti in un sistema di gestione del patrimonio culturale più virtuoso ed economicamente sostenibile. Gli obiettivi di interesse pubblico legati alla natura stessa del patrimonio culturale vanno legati a dinamiche di maggiore economicità ed efficienza gestionale.
Da un punto di vista delle forme giuridiche le esperienze realizzatesi in Italia sono state più varie a livello locale (istituzione, azienda speciale, fondazione, ecc.), che nel caso dei beni culturali statali.
L’affidamento della gestione dei musei a un soggetto terzo può incorrere, schematizzando, in problematiche che afferiscono ad almeno quattro aspetti: il rapporto fra il proprietario del bene e l’ente gestore; il rapporto fra il soggetto preposto alla tutela e l’ente gestore; le fonti di finanziamento; la gestione del personale.
Per i beni di proprietà statale così come per quelli civici e provinciali la forma di gestione diretta è ancora oggi ampiamente la più diffusa. L’assetto di musei statali come la Pinacoteca di Brera è stabilito in base al regolamento di organizzazione del Ministero. Si tratta di strutture che operano con personale ministeriale, prive di autonomia organizzativa, contabile e finanziaria, sia di entrata sia di spesa. Parzialmente diversa è la situazione dei siti ricompresi in soprintendenze speciali, strumento istituito nel tentativo di dare maggiore peso e autonomia finanziaria ai poli espositivi più grandi ma che, in realtà, ha già mostrato molti limiti.
Differente è, invece, il caso della gestione indiretta e delle sedi museali rette da fondazioni di partecipazione. Le fondazioni di partecipazione sono soggetti formalmente privati. Possono prevedere la partecipazione di terzi, pubblici o privati no profit. Tale soluzione si pone, in un certo senso, a metà fra il modello associativo e quello fondazionale.
La tutela di competenza esclusiva dello Stato evidentemente rappresenta un altro nodo problematico perché riduce l’autonomia dell’ente gestore attraverso le imposizioni di soprintendenze e direzioni regionali. Le soprintendenze possono, infatti, imporre condizioni vincolanti nell’uso dei beni culturali. Ad esempio, possono stabilire obblighi, spesso molto onerosi, per la conservazione dei beni oppure proibire l’esposizione di beni artistici di valore con potenziali ricadute in termini di attrattività per l’istituzione. La legislazione stessa pone poi divieti molto stringenti in merito alla disponibilità delle collezioni, come il divieto di alienazione di singoli oggetti artistici.
Ma le problematiche non si limitano solo a questi aspetti, investendo anche questioni riguardanti la gestione del personale dipendente e le forme di finanziamento.
Il costo del personale rappresenta infatti una voce importante del bilancio di tutti gli istituti d’arte e d’antichità. Adottare un sistema flessibile e che dia la possibilità per il management di compiere scelte in autonomia anche in questo ambito, è una condizione che determina, insieme ad altri fattori, il buon andamento di una istituzione culturale.
Infine, il quarto e ultimo aspetto problematico riguarda le fonti di entrata finanziaria. Le entrate proprie(biglietti, abbonamenti, ecc.) non consentono ai musei di sostenersi autonomamente. Di primaria importanza risulta quindi l’apporto dato dai privati anche in termini di mecenatismo e sponsorizzazioni.
Vale pertanto la pena chiedersi se non sia possibile compiere ulteriori passi in avanti, sia per i siti statali sia per quelli locali e provare a ricercare una vera e propria separazione fra ente proprietario (pubblico) ed ente gestore (privato). Pensando di ricomporre poi il rapporto fra soprintendenza (tutela) e gestore (valorizzazione) o con un apposito organo tecnico-scientifico e/o nello stesso consiglio di amministrazione, per tenere viva, costante e dialogante la collaborazione fra i due soggetti.
In un simile panorama un aspetto cardine è, ovviamente, quello delle modalità di selezione dei gestori, della scelta a monte dei loro requisiti e dei criteri di valutazione dei loro progetti.

Estratto del paper «Quali forme di gestione per i musei italiani?», disponibile integralmente sul sito http://www.brunoleoni.it

Maurizio Carmignani, Filippo Cavazzoni e Martha Friel – Il Giornale delle Fondazioni, 19 novembre 2012

Mercato Ue poco competitivo

Per contrastare la crisi economica la via delle liberalizzazioni è necessaria anche nel mercato dell’arte? Gli italiani in un sondaggio commissionato dal l’Istituto Bruno Leoni (IBL) restano indifferenti al problema, una conferma indiretta che il mondo del collezionismo italiano si va lentamente assottigliando o meglio preferisce comprare direttamente all’estero.

Nell’Indice delle liberalizzazioni 2012 dell’IBL, il confronto sulla competitività del mercato dell’arte tra l’Italia e il Regno Unito, scelto come benchmark, si gioca tra l’esistenza di istituti giuridici che limitano la proprietà privata (D.L. n. 42 del 22 gennaio 2004); l’applicazione del Diritto di seguito (Dds); la presenza di restrizioni all’esportazione di oggetti d’arte; il regime fiscale e l’accesso alle professioni dell’art dealing. L’esito è un avvicinamento leggero tra i due mercati. Merito del l’Italia?
«No, le variazioni al 31 dicembre scorso sono poche rispetto allo studio dell’anno precedente – spiega Filippo Cavazzoni, autore della ricerca insieme a Martha Friel – nel Regno Unito è aumentata l’aliquota Iva passata dal 17,5% al 20%, mentre in Italia è salita dal 20 al 21%, questo avvicinamento ha prodotto un aumento dell’indice complessivo (dal 56%) al 58 per cento».

In realtà quest’anno nell’indicatore è stata aggiunta una nuova voce: le professioni. E proprio un sistema di accesso liberalizzato in entrambe i paesi ha tirato su il dato complessivo. «Il problema non è legato all’esercizio delle professioni e all’ingresso in questo mercato, questa verifica ci consente di affermare con sicurezza che la zavorra in Italia resta quella della circolazione delle opere d’arte. Dopo un anno non è cambiato nulla a fronte di una domanda di maggiore trasparenza nelle procedure sulle dichiarazione di interesse culturale e su di una confrontabilità tra le procedure» prosegue Cavazzoni.

L’istituto della notifica, infatti, influenza l’andamento del mercato dell’arte italiano, così come le procedure di esportazione e importazione di opere d’arte hanno il loro peso negativo poiché lunghe e complesse.
A omologare tutti i mercati del l’Unione europea c’è poi la fine della deroga dal 1° gennaio 2012 del Dds sugli eredi nei mercati inglese, irlandese, austriaco e olandese. «Questa novità pareggerà ulteriormente il confronto tra i due paesi il prossimo anno, poiché la normativa comunitaria sul Dds allinea i paesi Ue» afferma Friel. Del resto la Commissione è convinta che non vi siano evidenze chiare di un collegamento fra l’armonizzazione delle disposizioni sul Dds e la perdita di una piccola quota della Ue sul mercato globale dell’arte moderna e contemporanea. «Sono talmente tante le variabili negli scambi che non si può attribuire il calo degli scambi al Dds» afferma un recente studio della Commissione Ue (Plus24-ArtEconomy24 25 febbraio 2012). Sebbene poi ammetta che all’interno dei paesi Ue, i costi amministrativi del Dds sostenuti dai soggetti economici arrivano a 50 euro per transazione. Per molti economisti infatti, dopo averne analizzato le conseguenze economiche, è uno strumento inefficiente. «Commissioni di gestione – 20% della Siae in Italia e in media il 15% dei diversi gestori inglesi – e modalità di riscossione rendono lo scenario competitivo svantaggioso per l’Italia». E se anche il Regno Unito peggiora la sua attrattiva con l’armonizzazione alle direttive Ue, guadagna spazio la vicina Svizzera, priva di Dds e con un’Iva all’8 per cento.

Marilena Pirrelli – Il Sole 24 Ore, 29 settembre 2012